“…l’è bela la vosse del silensio”

Il silenzio spesso si presenta come un tronco attorno al quale si attorciglia l’uomo che desidera pensare, ma spesso non lo fa perché i rumori, le vicende, le sensazioni, gli impediscono di riflettere serenamente; ecco da dove ha origine la reazione contro situazioni che possono apparire normali, ma che spesso non lo sono. L’uomo rimane sconvolto dall’inadeguatezza del suo procedere e si ferma, per ripartire ancora più dubbioso. Riporta a galla vicende scomparse dalla sua memoria e le ripensa inserendole dentro pagine di storia. La sua storia si snoda senza schemi e non copre le sue ombre d’incertezza. Mentre affiora il dubbio, il poeta pensa positivo e se ricorda una lacrima di sole, può sentirsi sollevato e non mentire, per procedere nel giro delle imprese: egli è crucciato ma non si abbatte perché: “ vola ne la nebia la speransa de ogni sera”.

“…ne la nebia sparisse le nostre oie più sconte”

La nebbia è usata come allegoria a largo raggio, capace com’è di abbracciare, al suo interno, tutti i miti della poesia. Rappresenta una barriera, sempre impalpabile e indescrivibile, che separa l’uomo dalla comprensione delle sue difficoltà. In questa raccolta è personificata, resa talvolta zoccolo visibile su cui insiste il dubbio e da cui prende spunto la voglia di conoscenza, con fatica ma con l’intento di capire quali possano essere i passaggi e come rintracciarli. La nebbia, potente e sottomessa, diventa figlia di un dio greco e delle intemperie umane: ostacolo, ma allo stesso tempo arco nascosto ma non inviolabile. La realtà è impregnata di difficoltà, è avvolta nel mistero, è insicura e silenziosa, ma nel contempo è anche capace di urla strazianti, capaci di rompere il silenzio che la nebbia riesce a creare. Al di là dei limiti della nebbia e di una sua rappresentazione reale che è la siepe (assieme a tante altre, metafore, sia dell’una sia dell’altra posizione), si aprono strade che permettono di sfruttare alcune valenze insite nell’uomo. La nebbia ostacola il passaggio tranquillo, ma lascia aperti i varchi; crea difficoltà, ma senza alzare paletti; è oscurità che non preclude alla luce di illuminare il percorso accidentato dell’uomo che soffre. Certo, a volte la nebbia può rappresentare anche il rifugio volontario e momentaneo nel quale il dubbio, l’incertezza, la suggestione, trovano ristoro e permettono istanti di sereno.

Prefazione

di Gilberto Antonioli

prefazione a L’amore non è sempre un fiorire di rugiada

Ho iniziato a scrivere in giovanissima età. All’inizio piccole cose: pensieri, racconti, poesie. Poi ho aggiunto riflessioni, commenti, brevi romanzi (almeno due). Vari erano i destinatari, ma spesso scrivevo per me stesso. Molti di questi lavori sono stati smarriti, per i motivi più vari. Traslochi della famiglia, prestiti diventati omaggi, omaggi non graditi, regali, altre cause. Da circa vent’anni cerco di recuperare questo mio materiale, chiedendo a persone a me vicine, o che lo erano state, se ne fossero in possesso ancora, oppure se ne ricordassero la destinazione o spunti rimasti nella memoria. Molte, non ricordavano neppure questa mia attività. Ma qualche raccolta mi è stata restituita, completa, incompleta, da ricomporre. Ringrazio chi si è prodigato per la cortese restituzione. Ho concesso alle poesie ritrovate, come ai brani, ritocchi sensibili, in considerazione  dell’età trascorsa che sempre incide sulle riflessioni umane. Questo volume che intendo pubblicare, non è il primo, in ordine di tempo. Ne ho curati due che dovrebbero essere antecedenti. Ma preferisco pubblicare per primo, questo e dopo vedrò come comportarmi.
Lo farò senza operare scelte meditate e neppure temporali, ma mi farò, come mia abitudine, guidare dalle sensazioni del momento. Ho pubblicato, di recente, un volume di poesie d’amore, che non rientra in questo filone.

Non sempre è nascosto il profumo della nebbia

di Gilberto Antonioli su Sapore di Nebbia

Ritengo che la poesia sia il mezzo più idoneo per esprimere certezze e disagi, incertezze e speranze, contrasti e adesioni. Questo volume di versi appartiene ad un mondo ideale, a pensieri filtrati, a riflessi simbolici di vari stati d’animo, a momenti di ansia e tensione reali, a sussulti di quiete ed istanti di ribellione. Ho cercato di rappresentare i passaggi e le fughe, meditando esistenze, col suono di versi ritmati e distesi, con schizzi ed incontri di anime in crisi, perché l’incertezza è cuscino e lenzuolo ma diventa talvolta sospensione nel vuoto, precipizio che attende cadute e sospiri, posizione di chi ricerca fra gli scogli la strada che lo porta alla meta. Se l’uomo esplorando enigmi e dolore, si espone al dissidio che sconvolge e colpisce, è necessario che cerchi la provenienza delle sue titubanze e le cause che la mente avviluppano e fanno soffrire. Ho prestato attenzione alle note e al rigo, perché musicando, il poeta si esprime, e se con i versi comunica al mondo, con la musica regala momenti di intensa partecipazione e atmosfere di grigio stupore. Ho anche cercato, di scavare sentieri di aspre memorie, di tempi e di luoghi rivisti o sognati, di emozioni riflesse su malesseri gravi. Ho lavorato su tempi e su temi costanti, dell’uomo che vive illuso e deluso, ma che si ribella talvolta soffrendo paziente e cerca un percorso che sfiora il mistero. Dell’uomo che cerca l’essenza nascosta da filari di nebbia, intensa e scostante, ma trova soltanto pressioni e barriere che nemmeno il pensiero potrà sradicare. Ho usato, parole e concetti legati alla storia del nostro sentire. Non so quale canto uscirà dalle frasi, se di dolce conforto o di invalicabile chiusura. Ho cercato di getto il lampo improvviso, la tensione del verso, l’inseguirsi dei tempi, ma spero soltanto di non far annoiare, il lettore che amico, mi vorrà ascoltare.
Un profumo di nebbia non é sempre nascosto.

…nota introduttiva

di Gilberto Antonioli … su Luca

Lo sforzo di Epicuro di allontanare dagli uomini la paura della morte era un mezzo che interpretava la morte nel senso della non tragicità, per cui diceva: “Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”. Quindi la morte è un male? No! Non è un male, anzi in senso stretto non esiste, viene da fuori. Ecco, questo collegarla alla fine, intesa come un qualcosa di estra­neo era il modo di tradire l’esperienza della morte, perché la morte come fatto d’esperienza è centrale nella vita stessa. Ma c’è un’altra dimensione più profonda dell’esperienza della morte: quella dell’al­tro non è soltanto ritrovarsi in presenza di una trasformazione, che dall’essere vivente arriva al cadavere, ma ritrovarsi davanti a qual­cosa di più profondo, di più radicale, l’altro che muore porta via con sè tutto quello che io avrei potuto fare con lui. Basta avere una esperienza di intimità, o d’amore, per rendersi conto di quanto dolore sorga, in queste circostanze, perché questo dolore, che non ha una connotazione solamente fisica è la sparizione dell’altro. Nel cadavere io scorgo l’anticipazione della mia fine, in cui non ci sarà più un mondo per me, perché io diverrò una cosa, ma nel cadavere che ho davanti intuisco cosa accadrà quando non ci sarà più un mondo per me. Qui la morte non è qualcosa di buono che giunge alla fine. Nel mondo greco si è sviluppata una cultura eroica nata proprio da questa consapevolezza del dolore al centro della vita, altrimenti non saremmo più in Grecia e confonderemmo l’eroe con il superuomo; che in genere è un fraintendimento diffuso, ma non dobbiamo dimenticare proprio l’apertura dell’Odissea: Ulisse, quest’uomo che diviene sapiente perché ha sofferto molto nel cuo­re, e riflettendo sulla sua esperienza, seleziona il dolore. L’eroe non è chi ha avuto tutto dalla vita, forse non è neanche il più intelligente, è colui che si è cimentato con la sofferenza, che ha assunto il peso dell’imprevisto proveniente dal male, che ha sfidato la morte ed ha saputo reggere al dolore. ­

…per rimanere vicino a una persona

di Gilberto Antonioli su Luca

Per rimanere vicino ad una persona che sta per morire, senza pro­vare sentimenti quali il dolore, la disperazione e la rabbia, oppure l’impotenza e la ribellione, almeno nei momenti iniziali della co­noscenza, l’uomo deve essere in grado di avere un approccio diver­so da quello abituale nei confronti della morte, che rappresenta, assieme alla nascita, il fatto più naturale che gli possa capitare. Nel Fedone, Platone cerca di dimostrare come dolore e piacere na­scano in qualche modo, l’uno dall’altro. Secondo Aristotele si ha il piacere quando l’individuo si realizza secondo la propria natura e all’opposto si ha uno stato di dolore quando l’individuo agisce contrariamente alla sua natura, cioè per difetto.  Secondo i filosofi pessimisti, solo il dolore è reale, mentre il piacere altro non è che la sua provvisoria essenza: secondo loro, infatti, il dolore manifesta l’universale volontà di vivere. Il dolore è puramente soggettivo e quindi è difficile da classificare.

Sul percorso del pensiero umano

di Gilberto Antonioli in Luca

Sul percorso del pensiero umano non ha molta importanza che lo spazio infinito sia reale oppure illusorio, dipinto o raccontato, scolpito o rimato. In ogni caso è una rappresentazione, un’immagine, una proiezio­ne e come tale rimane anche quando è assente, perché è presente anche quando una nube sembra averlo nascosto per sempre, o una tempesta sembra averlo distrutto senza possibilità di ritorno. Forse nel turbinio del pensiero, le ipotesi si contrastano, ingiganti­scono le proposte, creano siepi di buio, che possono essere abbat­tute soltanto da un atto di fede. Se così fosse, anche la fede sarebbe un’immagine che torna. Dopo lo spazio, il tempo, da dove l’uomo viene proiettato al di là del pensiero, dove spazio e tempo non esistono, se non come proie­zioni di una necessità che li trascende, immettendoli nel mistero.

La mia poesia per Verona

di Gilberto Antonioli su Verona e il suo fiume

La musicalità, l’armonia, il ritmo, il rigo presente nell’immagine, le note che s’intrecciano ai vocaboli, facendone un tutt’uno, stendono un velo di nebbia sul significato di questa raccolta di poesie che sembra scomparire dal reale ed entrare nel metaforico, perché personalizza Verona e il suo fiume e rende palese, con profondo slancio, l’amore di un uomo per una città. Si alzano grida di silenzio nel cuore del poeta che non urla ma estende le ricerche, innalzate sull’altare del suono e soffre, per imprecisati ma per lui evidenti motivi di ansia che circondano le mura e investono le piazze, di una complessa geometria spesso soggetta alle brame incontrollate di qualche appassionato del brivido. Mi piace pensare che questo mio volume sia ricco e complesso, ma anche semplice e diretto. Che sia difficilmente inquadrabile entro schemi geometrici o aritmetici, dai quali nulla è possibile sottrarre, ma che rappresenti il luogo che sfugge ad ogni definizione, obbligo, costrizione. Spero che nascosto fra le pieghe delle parole, sia capace di offrire uno spunto di riflessione, un momento di pausa, un tentativo di interpretazione. Se non riesce ad ottenere questo risultato, sarà stato un pretesto soltanto, per comunicare a me, impressioni capaci di rendermi più vivo e di aver comunicato, senza alcuna presunzione, al lettore, opinioni o ipotesi, di cui non devo rendere conto a nessuno, neppure a me stesso. Ecco perché questo mio atto d’amore verso la mia città natale ed il suo simbolo più antico, rappresentano una situazione non calcolata, nella quale mi sono addentrato in punta di piedi, corteggiando l’Adige e molte scansioni di Verona, con la stessa delicatezza con la quale é necessario corteggiare una donna, fragile ma sempre pronta a donarsi senza calcoli o indecisioni.

Un silenzio che ascolta

di Gilberto Antonioli su Ululando la bufera

Questo mio volume di poesie, è soltanto una piccola cosa che ho messo assieme per cantare, come ho già cercato di fare in altri volumi, alcuni aspetti della vita dell’uomo, semplici e complicati ad un tempo. Ho costruito un libro concepito come un contenitore dell’incrociarsi di idee che si rincorrono all’interno della raccolta e che non sono soltanto

frutto della mia fantasia, anche se spesso sembrerà che io esprima concetti ed emozioni incomprensibili, ma sono la risultante di quanto l’esistenza accetti o filtri, di quanto avviene in lei, vicino a lei, o del tutto fuori di lei. La vita della natura è bufera che cavalca l’onda del mare, che si adagia sulle cime dei monti, che deposita le sue ire sopra le aspre scogliere oppure nelle calme distese della campagna. Anche l’uomo percorre strade attraversate da ostacoli continui e prima di giungere alla meta desidera, spesso, esaminare il suo io interiore, per capire dove si è impantanato e dove avrebbe potuto cogliere momenti di serenità, mentre forse si è fermato soltanto perché dubbioso sull’efficacia dei

suoi mezzi. O forse perché non ha saputo ascoltare qualcosa o qualcuno che avrebbe

potuto dargli una mano e agevolargli il cammino.

Cos’è la poesia

di Gilberto Antonioli su Crocifigge il tempo le nostre aspirazioni

Ho iniziato scrivendo poesia. Poi ho letto i poeti. Ecco perché posso dire di essere senza predecessori, di non avere capostipiti, di essere completamente autonomo. E se qualcuno scrive che la mia poesia risente dell’influenza di questo o di quel poeta, di questo e di quel periodo, allora io vado a ripescare nella memoria ricordi che non trovo. Non voglio in ogni caso escludere, in assoluto, questa possibilità. Perché talvolta, annotazioni di tale fatta, possono procurare un sentimento di piacere, sottile ma vero, se accade, nell’analisi retrospettiva, che quel poeta, non lo conoscevo. Se invece, il ricordo di qualcuno si affaccia alla memoria, m’interrogo e chiedo quale possa essere l’importanza, in negativo, di essere stato inconsciamente influenzato, da una frase, da una parola, o anche da un intero periodo, che ho ritenuto affascinante. E mi chiedo quanto tempo sia trascorso dalla lettura di quella poesia, che ricorda una mia poesia. Com’è nata la mia poesia? Perché ho scritto alcune righe? Devo confessare che spesso non lo so. La poesia, come altre vicende della vita, scorre come una pellicola da film. Se ti fermi e chiudi gli occhi, uno spazio temporale, breve oppure no, è già stato coperto. L’invenzione poetica non cade nel mondo della certezza, ma in quello del possibile o del probabile: il poeta racconta un avvenimento, un pensiero, una riflessione, come può, descrivendo ciò che è stato oppure ciò che non è stato; ciò che poteva accadere eppure non è accaduto. La poesia non è il luogo della verità; talora non è neppure il luogo dove si va cercando la verità. Spesso é soltanto il luogo della confessione, o forse della manifestazione di un pensiero inconfessato, che offre la possibilità di visitare la verità. Il poeta descrive normalmente sensazioni, desideri, passioni, momenti suoi o di altri (che però non è certo di interpretare con esat-tezza). Il suo racconto diventa per certi lettori incompleto oppure incomprensibile: forse condannabile; ma molti non si rendono conto come la fantasia non sia imbrigliabile (o forse è meglio scrivere che non debba essere imbrigliata?) ed allora lasciamo cavalcare le ali dell’Ippogrifo, a colui che non si sente bene seduto sulla poltrona, anche se è comoda. Che si trova a disagio se deve applicare degli schemi, magari non suoi. Ma che sarà? Una necessità del mondo che qualcuno non inventi situazioni? Mentre dovrebbe scrivere ciò che accade o accadrà? Ma questo, non dovrebbe essere il compito.