Continua la ricerca poetica e stilistica di Antonioli

di Michele Gragnato su Nebia

Continua l’indefessa ricerca poetica e stilistica di Antonioli che qui, dopo molte e cospicue prove di notevole impatto, con Nebia, ripercorre vecchi sentieri, ma li rivisita con sensi più attenti, più disincanti e puntuali, probabilmente più maturi. L’estro lo conduce, naturalmente, per gli usati e amati percorsi del buon tempo antico, nel suo mondo di terra e di fossi, di alte pioppe e di fragili argini, di case cordiali, di calde stalle e corti socievoli e orti e sgrembani… Ma lì, fatalmente operano, data la tirannia degli anni che scivolano biechi e beffardi, fra gli incagli della mente e i crucci dell’animo, più le ombrìe serotine dell’autunno che i chiari albori delle luci della primavera. Eccoci, dunque, alle prese con i slusìni del crepuscolo, e le magìe della sera, e i lumi perlacei della pallida luna, e i grigi che si addensano, e le bavesèle che seminano brividi fra gli steli di erba e le foglie corrusche, e i chiaroscuri conturbanti che salgono su dal profondo, e i fremiti di certe attese che esplodono nel variare dei momenti tesi della vita. Anche se si continuano a perseguire indomiti i pur plumbei fantasmi delle s-ciariróle de sol. È ovvio che Nebia alluda ai paesaggi dell’ambiente dove l’Autore ha trascorso la sua fanciullezza, a lui consoni e fidi, la grande Bassa veronese turgida di campi grassi e di umidi pulviscoli onnivori, quella che gli si è impressa indelebilmente nelle viscere e l’ha permeato nell’intimo così da contaminarne il costrutto e l’essenza prima e da dichiararne il marchio più originale. Diremmo di fabbrica! 8 È di lì che deriva in Antonioli la già sperimentata attitudine a un intimo confronto, a una vena innestata genuinamente, sapientemente, in queste zolle e in questi cieli, immaginifica e concreta nello stesso tempo. È di lì che muove un procedere, di conserva, per niente ambiguo, anzi coerente, fra sonora rusticità e appropriata dottrina. Dunque, Antonioli mai più che abbia tradito il suo genio, se mai ne ha approfondito i tratti, l’ha condotto per mano tra puntuali approdi, più intensi traguardi, esaltandone i modi e i mezzi di un vecchia, non banale frequentazione. La nostalgia del mondo paesano, limpido e duro, i ricordi connessi, le esperienze pregnanti, l’odio-amore in contraltare per le protervie della città, qui, tra le nebbie, si dispiegano in brevi e caparbi aneliti, in densi sfoghi umorali e vivacemente generano i pensieri balenghi, intrecciati di sogni coccolati e di ripulse improvvise, di squarci di vita vissuta o di fantasie sommerse. Perfino le non infrequenti presenze verdazzurre della consortile Verona o i ricami dorati dell’aerea Venezia. Intorno all’Autore si agitano, nel paesaggio circostante e nelle sue vene sanguigne, nebbie reali e metaforiche, affetti familiari e contubernali, ansie e scoperte del cuore e dei sensi, i grovigli del sentimento che preme. Ovvio che la chiave di lettura del libro sta nella diffusa, più scoperta e toccante malinconia, che fa da supporto costante e calzante d’ogni moto poetico del testo, il segno distintivo del sostrato più genuino dell’ispirazione che l’ha germinato e ne ha guidato il processo creativo. Eccone i termini di certe criticità e tormenti e delle ocasion scapà, l’ambiguità devastante delle omissioni, i rimpianti di tutto quanto poteva essere e non è purtroppo mai stato. 9 Se i contenuti si manifestano in ciò che s’è illustrato, i modi si palesano nella corposità di un dialetto veronese di robusta efficacia e di coinvolgente empatia, intessuto nella veridicità di una lingua tutt’altro che mosciamente letteraria, come spesso si sparlacchia fra praticanti il vernacolo d’accatto, orecchiato e mai vissuto, ma, invece, d’intenso uso e profitto quotidiano derivato dalle pratiche vive fin dal più gustoso succhiare il latte materno e, poi, dagli ancor farfuglianti, ma pertinenti, neovagiti e, infine, dalle non più inconscie, ma ormai limpide, dignitose consapevolezze linguistiche e di gergo preadolescenziali. Sentiamo, a questo punto, la verità senza fronzoli dal concreto delle parole e di alcuni particolari versi, sinceri, spontanei ed eloquenti dell’Autore. Ascoltiamoli, in Nebia, dalla viva voce di Gilberto Antonioli, come ci sappia rivelare il senso dei suoi arcani primi, sorprendere con il succo ben distillato di come sia abile a riscaldare i suoi singolari motori dell’estro, gli spunti umorali delle pieghe dell’anima nell’umano suo conflitto di idee, pensieri, dubbi, speranze, certezze. Eccoci al dunque! – Il colloquiale e solidale scambio di confidenze fra amici tesi a interrogarsi sui nodi intricati del mondo: Me piase le ciacole/ musica/ armonia/ marcia che trionfa/ vulcano che impissa e buta fora/ tuto el fogo tegnù drento (Ciacole). – Sogni e misteri che si aggregano e si dipanano nei giochi di un sorriso, di un soffio d’aria di un cielo rasserenato: Coreghe drio a tuti i sogni slisi/ che te lassi scapar drento i to so10 risi/ e dopo/ speta che se cuersa/ el cel de brassadele e che la tera la se slonga par sponsar/ e dopo/ te vedarè che riva un sofio d’aria pura/ che ‘l cel pulisse/ spassando via le strasse (E dopo). – La luna fra grumi di tristezza e speranze di sereno: Se slonga el pensier sora i ragi del sol/ ma la luna la scolta le sentense del mar/ nel canto de l’onda le serca el seren/ che desmessia le radise de le prime emossion/ stornisie de vento che caressa le foie/ gomissiei de tristessa (Pensieri balenghi). – Autunno e incombenti malinconie di una stagione in declino: L’era setembre quando el sol tramonta/ straco de le storie de l’istà…/ spassa el vento pra de erba e nuole…/ canta el crepuscolo che smorsa la giornada/ l’ultima passion (La canson de le sigale). – Monti visti e immaginati spiandoli dai luoghi che si elevano nel piatto paesaggio di pianura: Sogno stasera de spiar la montagna/ dal campanil ‘ndo riva la vosse del bosco…/ nassea fantasie/ pascolava sui dossi le ore più mate/ e pensieri imbriaghi…/ nel canton de na piassa/ i sogni sgolava (Sora i monti). – La Primavera rimescola fatti e fantasie in un fragrante garbuglio di slusini: Drento el cor imbombegado de garbui…/ se scrioltola petenà la confusion…/ vegnarà ociade scure e mane nere…/ a ricordar…/ che bisogna verso april spetar i buti/ a primavera gh’è sbrassade de slusini/ e noaltri se goden come butini (Sbrassade de slusini). – Il canto mistico dell’Amore: Voria cantar/ nel selensio dei to oci/ la vosse sgrisolona del to cor/ sconta ne la val o in meso ai pra/ drento el verde…/ che dondola…/ come l’onda che caressa…/ le rive più sabiose del to mar (Mi e ti). 11 – Nostalgia di luoghi e voci di corti antiche che ancora gridano nell’animo: Oci de la sera che indormensa/ stramassi de formento e de semensa/ i fiori ormai spanii, el sigo de le surle/ e vissin a l’erbaspagna i trimi de i careti:/ l’è n’isola de chiete la vecia me contrà/ in do serco la dolcessa…/ ma sento e guardo el fosso/ i muri, le stale/ tase el capitel che mi conosso/ e gh’è un s-ciapo de useleti che i siga de passion/ e i sogni mei se ingropa col sopio de le foie (De sera ‘n contrà). – Ricordo di riti, cultura e civiltà della Grande Bassa contadina: Me ricordo la nostra sera iluminà/ dai riflessi del tramonto e dai ragi ransignà,/ le tole parecià con quatro tochi de pan bianco,/ le nostre ciacolade su la malinconia,/ seren che specia le speranse,/ sui rosari dei grili che sbrissia sora i pra…/ e ancora me ricordo/ de slusini e de mocoli smorsà/ e de falene che sbalesa el fià del vento/ come fa el cor al ciaro de la luna (Slusini e mocoli smorsà). – L’umido, setoloso e coinvolgente impero dell’onnivora nebbia: Drento case sconte da la nebia/ la chiete…/ no permete/ el silensio de rumori sensa senso…/ se strapega pensieri de l’eterno…/ drento l’anima…/ ma se sparisse i buti e i fiori a primavera/ se derfa ne la nebia le speranse (Drento la nebia).

Amore: inquieti momenti di passione e sconforto

di Vera Meneguzzo in Contrasti d’amore

Non casuale la scelta del 9, per il numero delle poesie che Gilberto Antonioli inserisce nella sua raccolta “Contrasti d’amore” che porta nel sottotitolo “Inquieti momenti di passione e sconforto”. Numero perfetto per eccellenza. Se il 3 è considerato sacro e ideale il 9, 3 volte 3, lo è in maggior misura. Nella “Divina Commedia”, Dante ne divide i gironi dell’Inferno, e i cieli che fanno corona alla sede di Dio. Nell’architettura dei templi sacri, nove sono le porte, i gradini e le finestre. Nell’antica Cina gli scalini che portavano al trono imperiale. Così la cifra delle Muse. E la prova matematica di un risultato ineccepibile.

Una scelta dovuta forse al desiderio di sottolineare il contrasto con l’imperfezione dell’amore che per Antonioli è un sentimento difficile, contraddittorio, soggetto ora più che mai alle complesse variazioni psicologiche dell’uomo del nostro tempo.Lontano dalle rime stilnoviste e da elucubrazioni sintattiche, il poeta affronta il tema in maniera spontanea e al contempo cerebrale e intellettuale. Versi liberi, privi di rima, ma pregni di una cadenza armonica aspra che si accorda con il disagio di vivere la passione: “Essere prigioniero, non volevo / di quelle labbra che ingabbiavano la mente”. È l’esigenza di imporre la propria libertà alle fascinazioni di un legame di affetti: ”Solleva il canto chiare note di grovigli/mentre il rantolo del buio ci nasconde”. Un desiderio di celare al mondo la fragilità di una intesa a due: “Le strade nostre, spezzate, da calendari di ombre”.

Il lato oscuro che vieta la completa fusione. Ma lo stile è perfetto anche per l’esaltazione della positività dell’amore che Antonioli affronta, nelle stesse pagine, come controtendenza alle problematiche che questo sentire comporta: “Il rintocco di un cuore che batte, / è scintilla di fuoco mai spento”. Un avvampare che non ha mai fi ne: “Gli occhi lucenti di gioia che esplode / la mano che tende ed accoglie la mano”, in una glorificazione di anima e di corpo. Un uscio aperto nella magia della tenerezza: “È bastato un tuo sospiro d’ansia greve / per aprire della luna le promesse”. Le nove poesie sono accompagnate dalle illustrazioni di altrettanti artisti che interpretano la poetica di Antonioli con rara emozionalità. Così le parole diventano forma nell’intensità degli abbracci, nell’intrecciarsi delle lettere dell’alfabeto che forse compongono nomi di innamorati, nel sintetico profi lo di una coppia, nel sorriso scambiato, nella mano che accarezza, nella complice ironia, nel chiarore degli amanti nella notte, nella fuga dalla realtà, nell’unione del maschile e del femminile fra la luce e il buio.

Il costante divenire dell’io nella tematica della poesia

su Contrasti d’amore

II- Mai come nei brani che ricordano l’amore, in ogni sua manifestazione, capace di  suscitare entusiasmo o rassegnazione si può affermare che la poesia non è ciò che significa, ma è spesso mistero, inizio di meditazione, sviluppo di pensiero, accettazione e immediata fuga da uno stato d’animo, da un’emozione che travolge, da una certezza che trasmigra.

II- Questa raccolta testimonia, la grande sensibilità di Gilberto Antonioli, poeta riservato, che pur dotato di grande abilità, sia poetica sia tecnica, di un uso della parola e della sintassi di grande intensità, sembra compiacersi di apparizioni saltuarie, durante le quali elabora brani, spesso di sapore musicale, capaci di stupori e vibrazioni, proiettati verso le corde dei sentimenti e delle riflessioni, della libertà e delle ribellioni. Vola il suo linguaggio verso impianti di magia, perché se sulla scala del significato la sua conversazione può apparire semplice, su quella della fisicità delle parole, troviamo di frequente, una grande intensità che si riverbera in una continua sovrapposizione di stati d’animo, che si sviluppano nell’incontro di due sguardi che si cercano e che quando si trovano, rappresentano, immediatamente, le quotidiane difficoltà dello stare assieme, del pensarsi assieme, nel cercare di incontrarsi per stare assieme. Il tutto aggrovigliato attorno ad un tronco d’incertezze, che vive all’interno di un castello d’emozioni.

III- La poesia di Antonioli, descrive in maniera pressante le difficoltà del divenire. È per questo che non si ferma e non ondeggia come mare che s’arrende. Ma sopra l’acqua un filtro magico di olio fa distendere le onde, proiettando il loro sguardo per soddisfare un incompreso desiderio di orizzonti. Per tale costante divenire l’io va in crisi. Perché il continuo ondeggiare non gli offre un luogo di ammaraggio, di sostegno, di sicurezza. Edecco spuntare la crisi: l’io si accorge dei propri limiti, della propria impotenza e scopre la tenuta della propria azione, che si fa disarmonica e sobbalza, lacerando in mille rivoli le proprie proiezioni di confine.

IV-La poesia è come un terrazzo che si apre sul mare dal quale, con lo sguardo, è possibile vagare e cogliere l’opportunità di penetrare l’orizzonte, là dove è stato deturpato, nella notte, dal vento gelido che scivola imprecando e dagli abbracci del ghiaccio, che si addensa attorno ai tronchi. Viene offerta, pertanto l’occasione, per scoprire un altro mondo, quello aperto sopra immagini create, che non urlano, se non s’apre la fi nestra,oppure gracchiano per attimi non colti. Nessuno può impedire alla poesia, di aprirsi quando sembra che lo spazio abbia voglia di chiusure senza fi ne, oppure di incontrarsi e di spaziare, per dirigersi verso l’altro che non conosce, mentre l’io non sosta, ma mentre scivola ricade, cogliendo i suoni più lontani del richiamo ed i segnali immaginati, senza senso. Essa appare travestita dal pensiero, vagabonda sensazione di rifl ussi, ma si esprime nel suo verso che non fugge, ma che può essere, oppure è, ma non è stato.

La comunicazione è proiettata al di là dell’orizzonte

in Contrasti d’amore

Possiamo osservare, con molto interesse, una forte intesa, sorta, sviluppata e protetta, dalla fervida fantasia del poeta Gilberto Antonioli, che ha portato alla comunicazione nove poesie, nove illustrazioni relative alle stesse e un libro costruito con attenta e delicata passione. Il risultato: un libro di artisti, con i quali vogliamo comprendere, nella sua costruzione fatta di gesti d’amore, anche l’ultimo braccio, costituito dalla ideatrice dell’assemblaggio, che ha determinato l’armonica conclusione del volume. Un libro d’artista è il risultato di un percorso d’amore, reso possibile da chi adopera l’amore come strumento per arrivare al di là dell’orizzonte piccolo dell’uomo, per proiettarsi verso l’orizzonte, infinito, dello spirito. Esso appartiene al mondo delle idee che si sviluppano a frotte nella mente dove nascono, dove sono custodite e dove, spesso, sono moltiplicate attraverso l’inconscio. Esemplare contenitore, la mente, di anelli concentrici, di spunti essenziali, di scoperte imprevedibili. In questo caso, in “Contrasti d’amore”, si sono incontrati poesia e pittura e hanno dato origine a un messaggio che apre, come normalmente fanno i messaggi, alla comunicazione. Autori di questo prodotto: il poeta, gli artisti, l’autrice della presentazione, gli anonimi costruttori della prefazione e della introduzione, la casa editrice con i suoi vari operatori. Prendere in mano un volume, scoprirlo, leggerlo, regalarlo, acquistarlo, conservarlo, richiede sempre, una forma di partecipazione. Anche questo volume, come sempre accade, può essere accolto con benevolenza, o meno, con entusiasmo o con indifferenza, ma rappresenta comunque un cancello aperto, attraverso il quale sarà possibile, o meglio auspicabile, che il messaggio costruito parta e, superate le varie diffi coltà che incontrerà sul suo cammino, rendere partecipe il lettore suscitando la sua emotività. Come spesso accade, anche: “Contrasti d’amore”, rappresenta un viaggio introspettivo, dentro il quale nascono racconti di diversa portata, che percorrono tratti di strada che l’amore arricchisce. Questo volume rappresenta l’inizio e la fi ne di un percorso, nato dal poeta, alimentato e sollecitato da altri artisti, ma che sarà, senz’altro diverso per ogni fruitore. Ecco la sorpresa di questo, come di altri libri. Essi rappresentano un’avventura, che si svolge al loro interno per proiettarsi e coinvolgere chi all’esterno si farà avvicinare. La speranza di tanti contatti e di tanti visioni differenti che possono essere originate dalle nove poesie d’amore e dalle illustrazioni che le accompagnano, rappresentano l’auspicio di tutti coloro che hanno contribuito a rendere “libro”, una serie di idee, sorte in campi diversi.

Il ritmo incalzante della poesia di Antonioli

di Stefano Verdino su Sapore di Nebbia

Questo volume di poesie di Gilberto Antonioli, merita profonda attenzione per il fatto che le liriche alla prima lettura ci sorprendono per la loro intensità, per l’interessante groviglio del loro sviluppo, per la loro disposizione in quattro parti, effettuata in maniera graduale e molto sottile. Il percorso dell’opera può essere interpretato come un sentiero che si proietta verso quattro direzioni tematiche: della natura, dell’introspezione, dell’imprevisto e dell’approfondimento. Il timbro acceso ed appassionato ed il sicuro senso del ritmo, i margini di violenza espressiva, sono segni di una poesia vissuta ed espressa in toni di partecipazione viva, che si fa carico di un sentimento umano che percorre il testo a tutto campo, anche là dove non sembra imporsi perché abilmente e sottilmente nascosto, ed è un sentimento acuto, profondo, coinvolgente. Si nota, fin dall’inizio, una forte energia metaforica, che trova soluzioni inedite ed ardite. Il ritmo é inserito nel codice genetico della poesia italiana, di cui Antonioli s’impossessa con abilità e partecipazione, (anche perché fa parte del suo vissuto) e che egli sviluppa con intensa partecipazione, nascondendo tra le pieghe del pensiero, significati altri e profondi. C’è il senso dell’attesa del silenzio, che la nebbia trascina e fa proprio, accostato al ritmo incalzante della poesia. Questa simbiosi si nota dal significato che dobbiamo attribuire alla nebbia, dalla sua continua presenza, dal suo impossessarsi delle cose.
La dimensione della nebbia richiama l’infinito, assieme alla metafora del fluire come possiamo leggere in “Sapore di nebbia”:

“Ascolto e indago il sapore della nebbia / che imprigiona ogni onda che s’impenna / e copre i volti dondolanti della schiuma / che impazzita la sospinge sulla riva.”

Anche il titolo rivela, se usiamo la dovuta attenzione, un palese ricorso alla musicalità e alla metafora. Si nota una novità certa, che proviene dall’accostamento di tutti gli ingredienti descritti, che qui sono certamente sottintesi, con un senso appena accennato ma intrigante del colore. Ci sono, in tutte le pagine poetiche di Antonioli, i sapori tipici della poesia che molto spesso si riversa in un fiume di colore espresso o accennato o nascosto.
Siamo di fronte ad un autore che scrive tra il concreto e l’astratto, che si colloca nel campo della non certezza, che è dotato di una grande capacità di trasmettere desideri e sensazioni, in un crescendo poetico che ci fa riconoscere la qualità e la validità delle sue composizioni. Antonioli é un poeta che trasmette le vibrazioni del suo temperamento non usando moderazione ma immediatezza. Altri aspetti, profondi e di spessore, che mi interessano della sua poesia sono quelli dell’immagine e del suo dinamismo.
Sono aspetti che l’autore abilmente adopera assieme ad una posizione rilevante della trascendenza ed una voglia discreta di preghiera che si trova in certi brani in cui anche se in maniera non esplicita appare una colorazione d’infinito, come ad esempio in “ Attende il mio animo”:

“E’ in attesa il mio animo, soltanto,/ ch’io rivolga una richiesta di perdono /
da mandare su nel cielo per trovare / un ampio spazio nel sereno della sera./
E se martello col pensiero il gorgo scosso / io raggiungo l’infinito e mi riposo”.

Il poeta veronese depone la sua opera in una coltre d’intensità metafisica che attraversa l’attenzione all’evento, quando questo è presente. La sua è una dialettica della modernità, che contempera l’abilità coloristica, la tensione per le situazioni difficili, l’immersione costante nella poesia, l’energia che è un sigillo di notevole valenza artistica. Ho percepito, nei suoi lavori, una notevole abilità nel mettere assieme tutti questi motivi in una sintesi che non cade in contraddizioni, nella quale la parola si propone sempre con una rapidità ed una profondità, collegata alla proprietà d’appartenenza al verso, che non perde mai la caratteristica importante del ritmo. Troviamo in questa raccolta, anche poesie di stretta attualità, legate a situazioni quanto mai calde. Penso alla poesia “Dove inizia la vita?”, rivolta frontalmente all’embrione. Per quanto sia netta e manifesta l’opinione dell’autore, che ha origine dal suo anelito vitale e creaturale evidente in tutto l’insieme, rimane in ogni caso persuasiva la forza espressiva e l’articolazione del verso, ma anche la connessa capacità di problematizzazione:

“Invano gridi aiuto, sono qua,/ il respiro si fa incerto e soffocato,/ uno strappo e la cascata ti sommerge:/ dentro l’acqua tu sei angelo o fantasma?/ Stai passando dalla vita, senza amore,/ sul sentiero che sommerge l’incertezza./ Chi si pente, per un bimbo che non nasce,/ se scompare e nessuno lo rimpiange?”

Ecco questo procedere per immagini tese e sottese di riflessioni e di rimugina menti, spesso con tratti eccitati e convulsi, ma anche vibranti di una cordialità di fondo, da accaloramento e non da rabbia, é un tratto puntuale di Antonioli e rappresenta una sua personale traccia. Ne fa fede, ad esempio, un altro testo interessante, “Verità virtuale”, dove l’ansia di verità si scontra con la virtualità di un mondo che tende a rendere inesistente il tutto:

“Ma se nel fondo del burrone il suono tonfa,/e non risale collegato all’eco,/ tu saprai che il mondo é ormai finito / ed il vero non esiste, é virtuale”.

Evidenzia il poeta la visione dell’ascesa, dipinta in una prospettiva d’aggrovigliamento, che ci obbliga a ritenere come la sua sia una resistenza data dal proprio essere, in un mondo che obbliga ad esaminare situazioni spesso drammatiche. Antonioli presenta poesie di notevole complessità ma che non si possono definire autobiografiche, anche se, tra pensiero, e immagini che raccolgono il pensiero, possiamo avvertire una profonda coralità.

In “Vibra l’incerto”:

“ricorda sorda l’onda errante che ritorna / il tuo richiamo che s’ incastra fra gli scogli “,
emerge l’intensa energia metaforica, l’importante capacità di percorrere un cammino dinamico costellato di situazioni convulse e ingarbugliate, tanto che egli chiude dicendo:
” vibra l’incerto che l’orchestra custodisce .”

Nel suo lavoro noi lo ascoltiamo, non come voce solista, ma come portavoce di un’umanità che è in posizione di ricerca, ma brancola nell’incapacità di indirizzarla e tuttavia non demorde e continua, in una genesi di tentativi incessanti che danno sfogo all’incertezza, ma che non tolgono del tutto angoli di speranza. Il brano finale: “Attendo”, é il brano del congedo. Il percorso meditativo è compiuto ed ora il poeta rappresenta il pensiero dell’attesa che ha accompagnato tutto il testo, a partire dalla prima lirica. Il congedo si attua con un richiamo all’esperienza umana, che come ho già ricordato non è soltanto autobiografica, ma appartiene ad ogni uomo. Non nella simbologia, ma nel nocciolo dell’immagine. Qui il poeta richiama varie situazioni con metafore complesse, impegnative, ma comprensive di molti motivi che hanno dato origine al tema di tante liriche del presente volume. C’è il richiamo alla situazione che genera angoscia perché si sviluppa attraverso una molteplicità di momenti. Si presenta una vena malinconica, che non porta alla negatività, ma che galleggia nel possibile, perché il poeta esibisce la sua indiscussa capacità di far vedere e di sentire, sostenuta da una saldezza incrollabile del ritmo e del verso. Infine dobbiamo rilevare la straordinaria energia con la quale viene spiegato il sentimento disegnato con il gioco dell’immagine, in una prospettiva di mistero, che si riscontra nella frase:

” Attendo / il mutar dell’inquietudine / in momenti di silenzio e di riposo”
e si concretizza nei versi finali, così:
“Attendo il malinconico stridore / di memorie che raccolgo e non depongo. “

La poetica dell’attesa

di Giuseppe Chiecchi su Sapore di nebbia

Sapore di nebbia è una vistosa sinestesia, che si riflette dentro questa ultima raccolta poetica di Gilberto Antonioli, o che ne riflette il contenuto, adeguandosi per via di metafora ad una soluzione non conclusa e neppure iniziata, ma attesa con tenacia e con le cangianti condizioni di un Io disponibile ad accoglierla. Infatti tutte le quattro sezioni si qualificano come sentiero, traccia individuata piuttosto che percorsa, possibilità, occasione, prospettiva di un varco e, nello stato di prostrazione, viaggio senza rotta.
La poesia di inizio, che ha il titolo e il corpo dell’intero canzoniere, principia a sua volta con due predicati di denso valore programmatico:

“Ascolto e indago il sapore della nebbia”

dove l’endiadi ascolto e indago separa, quasi per artificio didattico, la sintesi di un pensiero che è ascolto, di un pensiero tutto devoluto a percezioni, la cui simultaneità analogica sorprende un Io stupefatto, che dimora e che si prepara. Avviene perciò che proprio l’attesa costituisca il senso conglobante dell’intera raccolta, ossia la irremissibile disposizione dello spirito a porsi nel limite che demarca l’interiore e l’esteriore, nel labile grafema che separa e congiunge la coscienza all’essere. A questo sottilissimo crinale Gilberto Antonioli affida ogni speranza di senso: in rapporto all’Io, altrimenti destinato a una disperata solitudine; in rapporto al mondo, altrimenti oggetto di oggetti muti, silenziati dalla lacuna della coscienza. Non c’è alternativa, sia all’istante che immediatamente precede la partenza (ascolto; indago; attendo; mi preparo), sia alla linea lungo la quale l’Io dimora stabilmente di fronte al reale che oscilla (dondola) in moto perpetuo. Per il poeta non c’è – ora – alternativa poetica a questa anfibia parola dell’Io, divaricata tra l’attimo e la sosta, collocata sullo sdrucciolevole filo di una lama acuta, dove essa rischia se stessa pronunciandosi. Si osservi il primo sentiero, ossia Il sentiero della natura, posto come traccia delle (e nelle) cose che si vedono o si sentono: prima sezione, potremmo dire oggettiva, del rinvenimento e della conoscenza dei dati naturali, con una prevalenza di quelli costieri, ritengo per l’ambigua sostanza della riva, per il suo stare in bilico tra solido, liquido e aereo, nel punto di massima possibilità. Anche il bosco vi è presente, in quanto impressiona con i suoi repentini cambiamenti di luce (Il bosco):

“Il bosco sanguina respiri di sgomento / rosseggia l’aria con risvolti di sanguigna / imbruna i cielo con processi di dolore, / la luce scalpita ma il grigio l’appiattisce”.

In questa prima sezione del canzoniere troviamo integra l’intenzione poetica, che pretende il dialogo tra anima e cose e si imposta perciò su un dualismo in apparenza consueto. Da una parte l’Io, con le sue domande di verità (Segnali):

Ho cercato impianti di luce, / fra le distese oscurate nei boschi […] / Ho trovato sulla via del tramonto / la natura distesa sui prati […] / Rincorro il piacere del sogno / ed ascolto il rollio delle onde / che trascinano spicchi di quiete / su sentieri che portano al mare.

Dall’altra, vi è il muoversi del reale, l’accadimento registrato, il ‘fuori’ percepito dalla coscienza (La sentenza del risveglio):

“Sono nubi che scorazzano vaganti / e nascondono l’azzurro che sfiorisce […] Sono isole che la notte discolora / nel rumore che martella l’esistenza”.

In definitiva, una salda concezione ontologica del mondo sembra costituire il presupposto della poesia, che ha di conseguenza tutte le parvenze di un canto amebeo, principalmente per il suo consistere dialogato, interlocutorio, ma anche per il suo collocarsi nella semplicità della natura, rigettante ogni esperienza urbana. Se si legge con attenzione e si collegano le parti, allora un canto così escludente non dipende più dalla semplicità del programma, ma dalla essenzialità di una richiesta ridotta al minimo, volutamente, affinché il dialogo a due conduca sulla traccia risolutiva e vantaggiosa per tutti. E apparirà più chiaro che altrove, in questa prima parte ‘realistica’, che l’oggetto è un problema, di cui la parola poetica si fa interprete con pensiero e con desiderio o passione, il binomio ricorrente, ad esempio esplicito, in Incomprensione, in Rimane il vortice e in Malessere e nebbia. Infatti le cose non sono, ma sono pensate da un desiderio urgente o desiderate da un pensiero appassionato, da un Io che le prevarica e nelle quali proietta le proprie condizioni interiori. Da qui nascono l’improvviso sovrapporsi delle sensazioni, delle sinestesie (nel titolo: Verdi suoni) e degli ossimori (fragranze insipide, di Rimane il vortice) e, soprattutto, le rapide mutazioni di colore, le oscillazioni, le sfumature e le dissolvenze del reale. E, infine, da qui deriva l’affievolirsi e persino la scomparsa della alterità, che appare, in chi la ha interpellata con tanta speranza, troppo simile a sé, simile alla ragnatela interna nel richiedente: gorgo, groviglio, labirinto, trama, caos, intrigo. Di fronte a questa strozzatura del dialogo, penso alla distanza abissale che separa dalle voluttà panteistiche romantiche il desiderante pensiero dell’essere sul quale Antonioli scommette tutta la sua poesia.
Nella seconda e nella terza parte, il canto non sconvolge l’impostazione di cui sopra, semmai la sbilancia. Dapprima percorre i sentieri della introspezione, che portano dentro il gorgo scosso di: Attende il mio animo. La sua anafora indica che attendere è chiave di volta per cogliere l’episteme cristiana della poesia di Antonioli, svelata qui, più che altrove, nella sezione dell’Io inflesso. Solo per virtù di speranza, infatti, il pensiero è in grado di stazionare stabilmente, di attende[re] impaziente, sull’orlo del mondo (Desideri d’un uomo), di permanere con tenacia irremissibile alla vigilia di ogni interiore avvitamento e di ogni immersione nel profondo, proprio come Fugge la notte dichiara in chiusura:

“Esplora l’uomo l’esplosione del dolore / che incatena il sentimento alla passione / e declina fra i riflessi dell’incerto / la tensione che allontana dalla vetta. / Rotola il pensiero e non rinuncia / al laborioso tentativo di sperare”.

Sul suo solido fondamento (Naviga la mente), il pensiero barcolla […] ma non cade, e si dispone a percorrere tutti i preparativi del viaggio, ad accoglierne gli esiti alterni, a ricominciare. Sul versante energico, la parola svela i desideri (Vorrei stendere sull’aia un mormorio), le strategie (Mentre il sole cambia posizione), giunge alla provocazione, interpella, imputa e coinvolge, persino incunea l’entimema raziocinante nell’interrogativa della seconda cinquina di: Chi si iscrive ad un concerto di progetti?:

“Se il presente si ribella e il passato è cancellato / come potrò domani costruire, / una pergola di viti che la brezza / accarezzi senza fiato per coprire / un progetto di sospiri sussurrati?”

Se, dunque, la seconda parte si sbilancia nel crinale dell’Io, la terza (Il sentiero dell’imprevisto) registra l’accadere. Come in una pioggia di meteoriti, lo spazio poetico è inciso da possibilità, tra cui la schiera delle anime, che si specchiano, ondeggiando (Schiere di anime che vagano nel cielo), la scia di desideri sbigottiti (Bizzosi come sogni i desideri). È, a dire il vero, la sezione che prediligo, perché l’attesa è già posta, perché l’oscillazione interno/esterno è già consolidata, perché ora si libera alla parola il pulviscolo delle occasioni e, con esse, si svela la poetica differenza. Prendiamo ad esempio Malinconia: se nel suo statuto psicologico è previsto un luttuoso silenzio (desolata come rondine che cade), in quello poetico si contemplano le opposte vitalità della parola, che si risveglia pur nell’arida desolazione per ascoltarvi il canto, che anche da lì proviene come parola che sgorga dalla sua stessa fonte. Ora il poeta confida nel suo canto e lo affida all’ascolto, come ricchezza imprevedibile, riscoperta di (Nuove emozioni): un mondo oscuro che pensavo ormai perduto, e lo contempla – in Vagabonda s’inerpica la luna – nel cerchio perfetto della propria referenza:

“Ma la giostra dei riflessi che ribolle, / li conduce verso l’uscio, in girotondo”.

Nella quarta e ultima parte, Il sentiero dell’approfondimento, il frequente incontro con la poetica può depistare verso un bilancio impossibile. In realtà, a nessun consuntivo può condurre la poesia dell’attesa, che si conclude infatti ripetendosi in strutturante anafora nell’estremo componimento del canzoniere. Non è impossibile, tuttavia, che una proposizione apodittica o un frammento di severa paremiografia d’improvviso interrompano le sfumature e le varianti delle tonalità soffuse della raccolta, specie nel volgersi al congedo. Così avviene in Domande, il componimento di apertura della sezione, nel quale pure stanno i nomi della natura e dei suoi fenomeni, ma ormai separati dalla materia, presenti come lemuri incorporei, che si agitano volitando sulla sentenza:

“Non abbiamo la risposta che soddisfa / la domanda sul motore della vita”.

E così in Verità virtuale, in Invisibili tracce, in Il poeta rappresenta e non cancella, tanto per dare qualche riferimento e per fondare sui testi ciò che appare vistosa consuetudine di questa zona estrema della raccolta: un registro pensoso, talora categorico, soprattutto un impiego immateriale del lessico fisico, divenuto metafora, traslato, immagine della parola poetica. Raccogliamoli, in Invisibili tracce, questi fantasmi: bordi, orizzonti, vento, nebbia, disponiamoli allo sguardo non diffuso agli estremi, ma concentrato al di fuori, al visibile, che però:

“è solo scusante / per scoprire invisibili tracce”

Il canto è Eco, flatus vocis; al suo cospetto niente conserva la sua carne, il suo corpo, se il canto ha l’audacia della inutilità e l’ardore dell’inizio con cui, non per paradosso, termina la raccolta. E lì, in Attendo, il componimento in limine, si conferma lo strano viaggio della poesia, itinerante nei pressi del proprio cominciamento, nella certa previsione di un accaduto che accadrà:

Attendo / il malinconico stridore / di memorie che raccolgo e non depongo.

* * *

Sapore di nebbia è un frutto maturo anche per la non casualità della sua struttura, che innerva spinte diagonali, ascendenti e discendenti dalle cose allo spirito, su spinte circolari che muovono per ritornare al loro punto di partenza. Il loro combinarsi traduce in legame musaico i caratteri salienti di una poesia che si pone nel crinale dell’essere e dell’Io e che si propone come attesa. Succede anche che il fondale della tradizione lirica non rimanga nel sommerso prescritturale, che qualche frammento dantesco o del secolo della giovinezza di Antonioli (e nostra) emerga alla superficie, mimetizzato nel nuovo contesto.
Ed è frutto maturo anche per il ritmo del canto, attratto nelle sue fasi più distese e suadenti dalla misura rarissima del dodecasillabo piano, con accenti in terza, settima e undicesima sillaba. Adduco il solo esempio della terza strofa di La brezza scorre:

1 Rimane incerto il trepidare della brezza
2 che ricama sopra il dorso delle acque
3 e accompagna le preghiere e le conchiglie
4 sul sentiero che protegge la memoria:
5 ma poi s’inerpica su strati di chiarezza.

Penso che possa bastare, per legare la perfetta esecuzione dodecasillabica dei tre versi centrali alla suggestione elegiaca e, soprattutto, a indicare la frequenza prevalente, cioè non assoluta, della misura adottata, in considerazione della ipermetria dei due versi posti all’esterno e che, oltretutto, si richiamano reciprocamente collegandosi per rima. Sorge il sospetto che la maturità della raccolta derivi anche da calcoli mensurali, che il ritmo dodecastico, comprese le sue infrazioni e le varianti, non sia per caso spontaneo, ma che appartenga al programma. Analogo discorso va fatto per le quantità strofiche, anche qui determinate con preferenza nella misura di cinque versi e in ragguardevole frequenza nella quartina, entrambe combinate con un distico di congedo, che spesso si incarica di sentenze provvisorie e sincere.
Se ho visto bene almeno le prevalenze dispositive ed elocutive, l’autore ha elaborato in mensura et numero un edificio molto articolato, per la cui lettura sarebbe necessaria una perlustrazione ancora più accurata, ma che va lasciata alla libera iniziativa del lettore. Penso, però, di poter affermare con sicurezza che il poeta si sia applicato ai calcoli formali seguendo un progetto assente, in altri termini che la scrittura insegua le tracce di una assenza, di un progetto che esiste altrove, che manca all’appello urgente della parola e che viene desiderato con intensità. L’inevitabile imperfezione delle misure rappresenta perciò la lacuna dell’essere, sentita dalla percezione e non speculata per raziocinio, nella quale consiste la dimensione religiosa della poesia di Antonioli, la sua modernità, la sua costanza nel registrarsi come provvisoria e la sua fedeltà nel porsi tra le incertezze dell’attesa.

 

Le Sdinse de Antonioli

di Michele Grangnato su Sdinse

Un grumo di estri magmatici. Un coacervo di rutilanti, scomposti stimoli poetici. Forse, qualcuno potrebbe pensare che abbiano bisogno di richiamo all’ordine, di riduzione alla normalità, di ricomposizione nel disciplinato binario del disporre la produzione artistica nei modi più regolari, consuetudinari, schedati. Evidentemente, anche nella grafia con annessi e connessi! Ma, così, non potrebbero risultare piuttosto spenti? Non perderebbero, magari, negli intensi segni delle trame, l’inquietante fascino del magico caos primordiale, ricco di ogni promessa, dell’iniziale coagulo brulicante di miriadi di possibilità? Le Sdinse di Antonioli si dipanano per spirali galattiche di parole e musiche aggregate in rapidi giochi allusivi, in metafore pregnanti, in balde analogie, in richiami a esperienze e concetti sommersi nel profondo. Il magico mondo sotterraneo dei ricordi, delle pulsioni, delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni, tutti depositati nel fluire del tempo, riaffiora, bussa alla porta, preme per varcare la soglia dell’inconscio, per depositare i suoi dati sul limitare del conscio, in una comunicazione concreta, in discorsi più pertinenti e distesi, limpidi al meglio.
E’ un dato di fatto, tuttavia, che molte composizioni di Antonioli sfuggono a tali conclusioni, restano, nella loro sonorità e rotondità armonica di forma, piuttosto velate, umbratili, nei contenuti. Chi non ha scoperto la chiave per penetrarle, per entrarvi in magica sintonia, tende a brancolare sui sentieri dell’ermetico, si trova a far fronte agli enigmi della mente e dell’anima altrui. E, ovviamente, la chiave sta nel ripercorrere i passi degli spazi, dei tempi, dei modi, degli estri dell’autore, del suo mondo segreto, delle radici più vere, e complesse, della sua ispirazione. Ed è ancora un dato di fatto sicuro che, nel magma, a ben compulsarlo, come relitti di un grande naufragio di sensi e sentimenti, affiorano prepotenti barlumi di cultura contadina, le opere e i giorni infiniti, inaffondabili, i miti e i riti ancestrali, esaltanti, pressanti, dei campi, delle stagioni. E i loro ritmi religiosi.
La terra, il cielo e le stelle, le albe e i tramonti, il sole e la luna, i loro riflessi sull’animo, gli stimoli vitali a essi connessi, la natura dolce e selvaggia, le pulsioni eterne, fecondità e fertilità, amore. Ma, dove, nel complesso globale dei motivi, nel groviglio dell’ispirazione incalzante, riesce a districarsi già tornito il frammento gagliardo, chiaro, vivo e vitale, l’espressione prende la strada maestra della limpida poesia, in piena luce, senza nebbie, ombre e orpelli. Allora sono stralci di un antico mondo contadino che si fanno avanti con la loro robusta immediatezza. Non solo scorci di povertà, come sono presenti, ad esempio, in Par la vergogna… e La passiensa, dove l’autore rende palpabile un paesaggio umano di sofferenze e fame, quando c’era nei campi tutt’altro che la dolce arcadia. E, ancora, le minestre slaquarisse e il pan infumegà. Solo la pietà di un fioco lume, allora, sembrava nascondere la vergogna dell’eterna polenta condita di miseria, mentre il vento fischiava tra le fessure degli usci e portava in cielo una quantità di falive di fatiche.
E, invece, allora, zampillavano, fra le faticose zolle, anche sogni e affetti terragni. In Sconto, ad esempio, c’è la meraviglia dell’attesa di un chiaro di luna per rendere più godibile l’acceso notturno amoroso, e sospiri e carezze fra il verde di prati accoglienti e l’oro di fruscianti covoni di grano.
Oppure, in Brisole de nebia, l’emozione, a sedici anni, fra illusione e realtà, dei primi baci, del groviglio di turbamenti, con il temporale scatenato più ancora dentro l’animo che in natura. Ovvio che allora erano i sogni che cantavano versi! E, poi, ecco le mattine che seguono le notti intense (Ne sveia la matina…), ancora pregne della magica lucentezza d’occhi femminili ardenti che brume soverchianti non intorbidano. O, più delicatamente, quando i fuochi si fanno meno violenti, ecco la dolcezza, in Voria parlarte, del sottovoce, degli affetti più quieti, quasi giocati in confidenziali sinfonie che cullano baci e carezze amabilmente complici. Pressante, è anche, in Antonioli, la tentazione religiosa (Mi speto, Signor), il tormento di un Dio nascosto nella meraviglia della natura, sorpreso nella magia delle sue creature più innocenti.
Ed è la vicinanza del solidale universo contadino (Delicatessa) e l’ambigua lontananza da quello cittadino (Ultimo tocheto de preghiera; Prima de la Bra…) che compongono un efficace dualismo di interessi, anzi di pensieri residui d’opposte filosofie di vita. Però è il ricordo la malattia ineluttabile, che prende alla gola, che gonfia il cuore, che si trascina dentro frammenti di anima. Canta el canaro ha echi di rane e di grilli fra i fossi e le pioppe. Sercar el tempo richiama soffi di primavera. Ma talvolta i paesaggi consueti prendono il volo e si sfantano, come in ’N sgorlon de fantasie, fra le nuvole.O si liquefanno Fra le cane del Busatel, in mezzo a lune sghimbesce, barche incagliate nel fango, venti di tempesta. Una conclusione dovuta è, infine, l’omaggio a Verona, luogo diverso dello spirito, approdo necessario nella concretezza del vivere e dell’operare.

Un’opera prima come spazio che accoglie

di Frà Giocondo suSdinse

La prima pubblicazione di un volume di poesie in dialetto veronese, dopo le molte pubblicazioni effettuate negli anni, in lingua italiana, necessita di qualche breve riflessione introduttiva.
Se il poeta che pubblica il nuovo volume, si chiama Gilberto Antonioli, allora la nota introduttiva, oltre che necessaria diventa interessante dal punto di vista semantico e non solo.
Perché “Sdinse”? Qual è il significato immediato che si coglie da questo titolo, ampio e sintetico, contemporaneamente? “Sdinse” è un sostantivo dialettale che in questo frangente diventa un titolo programmatico, che contiene di tutto e di più, perché può essere spiegato come un programma, che non è mai, o quasi mai, portatore di rapide soluzioni, ma può essere la chiave che apre l’uscio, attraverso cui potranno entrare, molti spunti argomentativi, molte opportunità contenutistiche, molte idee caratterizzanti. “Sdinse”, appunto, si presenta come una raccolta, redatta per il piacere di indagare, costruita con l’ausilio di un volo di nubi. Si tratta di un test impegnativo, che ha dovuto combattere contro il vento delle regole, che ama scorrere veloce e prepotente, ma pronto a fermarsi quando è chiamato a una sospensione obbligata, che impedisce di scoperchiare versi solenni o antiche strutture nascoste. Un test che si è lasciato sedurre da una brezza sottile, che a differenza del vento ha permesso di scoperchiare, con delicatezza, le sue non alchemiche strutture, accarezzando con fragilità i motivi più semplici, spinti dal desiderio di infiltrarsi tra le vele e le foglie, sopra i prati e le piante, sfiorando, senza mai tradire la poesia, le fronde e la pelle di eventuali lettori. “Sdinse” non è un catechismo poetico, che consiglia di eseguire gli ordini delle regole scritte, elaborate da critici che le hanno formulate, dopo aver letto e interpretato i poeti, che le stabiliscono senza sapere che esse esistono. Ecco perché sono dei creativi. In questo libro non compare la metrica scolastica, ma una metrica personale del poeta Antonioli, che rispondendo al ritmo del suo istinto, al tic-tac del suo cuore, ai battiti delle sue pulsioni, si trova in imbarazzo quando è preso da un sentimento che lo fa vibrare e gli impone di scrivere. A modo suo. Ecco allora perché diventa improponibile diventare degli aritmetici cultori del verso, in poesia, se questa, come in “Sdinse”, reclama un suo spazio, capace di accogliere il fluire di una corrente che può straripare, per poi ritornare nell’alveo dentro il quale la conduce l’ispirazione, suprema guida, di ogni flusso poetico. Per questo un autore, che si cimenta a scrivere e poi a pubblicare, un volume nel dialetto che normalmente adopera soltanto per parlare e per esprimersi, diventa un sacerdote che celebra una liturgia non rituale.

Spazi di sereno

di Paolo Dodoni su Luca

Dopo aver letto questo breve ma toccante volumetto di poesie di Gilberto Antonioli, la prima osservazione che mi sento di fare è quella della possibilità di occuparsi di un argomento, come quel­lo trattato, senza che il dolore prenda il sopravvento, in modo to­tale, impedendo di tratteggiare spazi di sereno fra le tempeste di una condizione di reazione e di rifiuto. Può essere esercitata una meditazione che non porti alla ribellione. Può essere presente una sofferenza che anziché sfociare nella rivolta, plani con mestizia nella malinconia. Ecco come descrive questo momento il poeta nel brano: “ gennaio 2000-Luca: ci riporti l’azzurro”:

“ una nuvola d’ansia / ha coperto l’azzurro / ma l’attesa è scom­parsa / con l’arrivo d’un sogno “:

Da quando l’uomo ha iniziato a porsi domande sui grandi temi della vita e dell’esistenza, una risposta è parsa particolarmente im­pegnativa. Esiste un tempo per nascere e uno per morire. Tra questi due momenti collegati da un sottile fluido di complice vicinanza, intercorre uno spazio dentro il quale si consuma l’esperienza uma­na, senza che si spezzi l’invisibile legame che lega la morte alla vita e senza che sia possibile dimenticare che esiste una realtà, che chia­miamo morte, la quale deve essere, e in realtà di solito è, il fulcro di una profonda meditazione, che le permette di approfondirne ogni lato, per poterla considerare con la più ampia serenità possibile. Non esiste una morte che si contrappone alla vita. Vediamo questo breve spaccato in “gennaio 1999-Luca: non si attenua un mesto clima di tristezza” nel quale il poeta scrive:

“nel breve rotolio / d’un’esistenza breve / indugiano i momenti / della meditazione”.

Il nostro modo di condurre l’esistenza incide fortemente sul nostro tipo di morte, anzi, prima ancora, sulla stessa idea che ci costruia­mo di morte. Di fronte alla signora della falce, ma anche durante le tappe in parte agitate che la precedono, l’enigma della condizione umana assurge a vette spesso inavvicinabili. L’uomo non è tormen­tato, soltanto dal dubbio e dall’incertezza, dalla sofferenza e dal progressivo logorio del proprio corpo, ma anche dal timore di una definitiva scomparsa di tutto se stesso.

Ogni tentativo e ogni successo della scienza, non riescono a col­mare l’ansia che spesso si appropria del nostro sentire. Perfino i più raffinati progressi della medicina che riescono ad allungare il tempo del vivere, diventare insofferenza quando sono finalizzati ad un traguardo che se messo a confronto con l’eternità, lo rimpiccio­lisce, lo domina, lo annienta.

Possiamo affermare, con certezza, che la sofferenza rappresenta una nube sottile, ma insistente, che permea, avvolgendola, l’uma­na esistenza. Ecco il poeta, in “marzo 2005-Luca: si ripresenta lo sconforto”:

“e mentre assisti chi ti ama, non scordare, / di noi tutti il ma­linconico momento / che continua come soffio che strisciando / non solleva i sentimenti che deprime / va e risolvi col tuo aiuto la tristezza / e cancella questi istanti di dolore”

 Ma dove la ragione fatica, le religioni, specie quelle monoteisti­che, risolvono con la fede, il grande interrogativo che turba i tim­bri esistenziali dell’umanità intera, perché la morte fa parte del soffrire, dell’incedere dubbioso, del faticare che l’uomo vorrebbe, ma non riesce a eliminare. La vita è immersa nella precarietà e giace incerta come afferma il poeta sempre nella poesia appena citata:

“ritorna marzo con il gelo che danneggia / con le foglie come grappoli di schiuma / il silenzio che rimbalza è suono triste / il clamore che reclama è nostalgia”

Ecco perché è giunto il momento di appellarsi alla fede, che di­venta una necessità, un desiderio, un dovere. La fede che aiuta, protegge, consola.

Chi non la possiede potrà ugualmente trovare un fascio di luce, un fruscio di sereno, una valvola di sfogo per frenare le sue paure, ma ritengo che sia molto triste, accettare l’inesistenza ai confini del tempo. Mi sembra che, anche senza forzature, sia questo il pensiero del poeta, che pur condividendo con equilibrio e riser­vatezza, l’avvicinarsi e l’allontanarsi della tristezza e della serenità, si dichiara fiducioso nell’attesa del traguardo finale. Ecco una sua impressione in “ gennaio 2007-Luca: non sei luce che si può di­menticare”:

“la tua meta se ripenso all’esistenza, / era un segno che il Signore ti donava / voglio vivere pensandoti presente / in un’immensa prateria senza confini / fra le primule e le rose più pazienti / tu preparaci uno spazio e qualche giglio”

Questo è un atto di fede che rasserena l’atmosfera, turbata dal pro­filo di mistero che accompagna ogni morte. Il sereno si affaccia come realtà e come augurio.

La letizia dell’attesa e la tristezza dell’assenza

di Fabrizio Montagna su Luca

Chiosare questa raccolta di poesie, dedicata a un argomento così grave, è un compito impegnativo: l’esercizio prolungato di una professione tecnica disabitua al confronto su ampi orizzonti cul­turali ed esistenziali. Se la richiesta consiste nell’esporre il punto di vista del medico, al­lora è doveroso precisare che chi scrive non è un referente credibile, proprio per la visione che di necessità consegue all’addestramento professionale. La pratica medica richiede di contemperare il timore di nuocere e l’empatia con il paziente con un pizzico di crudeltà, dal momento che oggi ci si affida con ostentata sicurezza a terapie, che si sanno essere smentite domani.

Del resto chi si farebbe operare da un chirurgo titubante?

La disaffezione verso il paziente risulta determinata anche da altri fattori: dalla richiesta di produttività che caratterizza una professione sempre più imprenditoriale; dalla formazione di base impronta­ta alla filosofia del successo terapeutico. Spesso i medici temono più l’errore in sé, in quanto sinonimo di fallimento professionale o fonte di contenzioso, che il dolore che può derivare al paziente. La giustificazione dall’accusa di cinismo viene dalla complicanza; che esclude la responsabilità e rasserena il medico consegnando la colpa all’ineluttabilità del destino. Sono state proposte diverse definizioni per descrivere tali atteggia­menti, argomento di un attuale e vivace dibattito: medicina difen­siva e medicina orientata sulla malattia o sull’agenda del medico, piuttosto che sul paziente. Dopo queste affermazioni, che mi ricordano alcune delle conversa­zioni con l’autore, entrerò in “medias res”. L’occasione di queste poesie è rappresentata dalla morte di un bam­bino pochi giorni dopo la nascita, motivo straziante, non insolito in letteratura, svolto dall’autore con una poetica innovativa. Nella raccolta si possono raggruppare i primi quattro componi­menti in un’ideale introduzione che tratteggia la scena e preannun­cia il tema dell’opera. La letizia dell’attesa si rincorre con presagi di tristezza nei due com­ponimenti iniziali quando l’autore afferma che: …tu sei parte del mistero e non del fato /
momento di tristezza e riflessione…

e ancora quando sembra iniziare una malinconica canzone e lo fa dicendo: …ma da lontano un vento insonne mi chiamava

Successivamente introduce una parentesi di sereno, nella poesia dedicata alla nascita, “ un atteso Natale” che rappresenta un breve e solitario momento di gioia, …ma il sole che sorge / ogni stanza riscalda, interrotto bruscamente dal successivo componimento, “Marzo 1996-Luca: è iniziato il tuo viaggio verso il cielo”, in cui la vita bruscamente troncata, viene descritta con la metafora di un pas­seggero che non scende alla fermata: ..non sei sceso alla fermata con la mamma / il tuo viaggio è proseguito nel silenzio…

L’originalità domina i brani successivi strutturati in forma di dia­rio, che coprono, con cadenza annuale, l’arco di tredici anni, quan­ti servono perché un ragazzo compia gli studi e completi le scuole medie inferiori; il loro senso consiste nell’indagare l’evoluzione del dolore nel tempo. Il messaggio anche in prossimità dell’evento è sempre composto; i versi nitidi non lasciano trasparire una rabbia facile e non si ab­bandonano a una scontata commiserazione, come comprendiamo nella lirica: “Gennaio 1997-Luca: nel ricordo del tuo primo anni­versario” …situazione di pianto / ribellione e dissenso / ma il ricordo
che appiana / ogni forma di no / ricompone nel verso / un racconto speranza …

Il momento di maggiore lirismo è rappresentato dalla poesia “Gennaio 1998-Luca: è nebbia l’incertezza che mi avvolge”, nella quale la commozione è resa mediante una sequela di domande in­calzanti, che si stemperano in tenera premura: …dove sei fiore atteso / …dove sono le istanze / che volevo proporti…/…Vorrei dirti parole / ma non voglio stancarti …

Il tempo lenisce il dolore trasformandolo in amarezza e nostalgia; pensieri intrusivi e ricorrenti richiamati all’improvviso dalle sugge­stioni di paesaggi metaforici, come la nebbia, le nuvole, una foglia caduca, un prato, un camposanto, l’anniversario in una primavera fredda e ricca di colori. L’immediata comprensione risulta ingannevole perché ogni rilet­tura sospinge il lettore in drammatiche profondità che interrogano sul senso delle vita mentre Antonioli descrive, senza giudizi o con­danne, le strategie di sopravvivenza dell’uomo. La ragione umana, esercitata nelle forme della riflessione personale e del dialogo con lo scomparso, non permette di comprendere il mistero della morte, che non è destino ma disegno divino. Lo afferma in maniera esplicita il poeta, quando rivolgendosi a Luca, come fosse presente, ed avendolo pensato in una scia del Creato, mentre segue le scie del divino, gli si rivolge con queste parole: l’atmosfera che respiro si fa greve / tu mi parli: sono io che non capisco …

nel brano di Marzo 2006.

È un continuo susseguirsi di momenti di dubbio a fasi di contra­sto, che, ad esempio, riscontriamo in “Gennaio 2003- Luca: sei ricordo che segnala che l’amore non scompare”: …e noi ti seguiremo per vivere l’eterno / Soltanto allora, forse, capiremo / i motivi delle nostre ribellioni / dell’incapacità di essere progetto…

Si può rimanere addormentati sul treno e scoprire il piacere della vita in attesa di un segnale o si può lavorare freneticamente distra­endosi dall’essenziale. La soluzione proposta dall’autore è chiara, equilibrata e profonda: vivere nel presente, con ponderazione, con fede, con letizia, in at­tesa del ricongiungimento, come leggiamo nel brano: “Gennaio 2001-Luca: chi sostituisce la presenza di un figlio” …allontaniamo un’atmosfera di mestizia / vestiamo i panni del giorno che ritorna, / può ricrescere fiducia nella gioia…..

ed ancora in: “Marzo 2005 Luca: si ripresenta lo sconforto e mi tormenta” dove il tormento si riaffaccia, ma non travolge la tregua instaurata con il trascendente, perché tu …hai distinto le persone più propense / a stare in piedi e faticare senza tregua / abbandonando quel percorso virtuale / che la mente lei soltanto può variare / e non cercare un largo spazio per la quiete /
per poi sedersi e osservare un vecchio secchio …

La morte di un bambino è un evento doloroso e ingiusto, poiché colpisce sia l’idea di immortalità dell’uomo, che l’istinto di prose­cuzione della specie animale. Viene interrotta una promessa di vita innocente nel suo periodo più fertile e felice, quando ogni singolo fatto è ammantato delle sembianze incantate del nuovo e intuito nel suo significato essen­ziale, prima che la chimera della felicità sia stata corrotta dalla re­altà del dolore.